E!State Liberi! a Polistena: quasi cento partecipanti tra formazione, pratica della cultura della libertà sui beni confiscati e scoperta del territorio

Nei mesi di luglio e agosto 2026, la Valle del Marro – Libera Terra ha organizzato in un palazzo confiscato alla mafia a Polistena, suo storico quartier generale, quattro campi E!State Liberi!, accogliendo adolescenti, universitari, gruppi parrocchiali, pensionati dello Spi-Cgil e persone di età e provenienze diverse, da Nord a Sud.

Una comunità temporanea, unita dalla voglia di conoscere, comprendere e mettersi in gioco. Il programma ha intrecciato formazione, testimonianze e vita condivisa, con il contributo di familiari di vittime innocenti di mafia, imprenditori sotto scorta, referenti territoriali di Libera, dirigenti regionali, amministratori pubblici, docenti universitari, sindacalisti e membri dell’A.N.P.I. Incontri pensati per rendere la memoria e la cultura della legalità esperienze dirette, capaci di parlare al presente.

«Restare per cambiare e cambiare per restare: questo è il motto che ci ha accolti e che motiva questi eroi», annota nel diario Diego, un giovane campista di Libera. «Eroi mi sembra la parola più adatta per definire queste persone che hanno deciso di spezzare la cultura dell’omertà di cui la mafia si nutre, cariche di speranza e orgoglio.»

Eppure, chi porta avanti ogni giorno questo impegno ridimensiona il ricorso all’eroismo. «La nostra storia è solo una storia coerente, senza eroismi» sottolineano alcuni testimoni incontrati durante i campi. Una coerenza fatta di scelte quotidiane, responsabilità e lavoro condiviso.

Il percorso formativo ha approfondito la storia e le finalità di Libera, i fenomeni mafiosi, i narcotraffici, la corruzione e le dinamiche del contesto locale. Ampio spazio è stato dedicato anche alla memoria, alla giustizia sociale, alla tutela dell’ambiente, alla Resistenza e all’antifascismo.

La formazione ha privilegiato metodologie partecipative: brainstorming, lavori di gruppo e dibattiti si sono alternati a laboratori di lettura e teatro, cineforum e caffè letterari. I campisti hanno realizzato elaborati e manufatti, partecipato a un gruppo di lavoro sulle parole chiave dei temi affrontati e preso parte a un confronto argomentativo tra gruppi portatori di tesi contrapposte. Occasioni per esercitare il pensiero critico, imparare ad ascoltare e confrontarsi con punti di vista differenti.

«La legalità si apprende anche così: incontrando le storie, lavorando insieme e prendendosi cura dei luoghi» ha dichiarato Iolanda Talotta, educatrice della Valle del Marro impegnata nella costruzione e conduzione dei campi.

Accanto alla formazione, il percorso ha offerto ai partecipanti l’opportunità di scoprire la Piana di Gioia Tauro attraverso i suoi luoghi e le vicende che l’hanno segnata. Non semplici bagnanti alla Tonnara di Palmi, ma attenti ascoltatori della storia di Rossella Casini, donna toscana che incoraggiò la scelta del fidanzato calabrese di rompere il silenzio dell’omertà. Non camminatori abili a orientarsi nel dedalo di vie di San Giorgio Morgeto, ma menti aperte all’incontro con la gigantesca figura di Tommaso Campanella, filosofo e pensatore che sfidò l'oppressione politica e religiosa del suo tempo. La sua vicenda, cominciata con gli studi di filosofia proprio nel Convento dei Domenicani di San Giorgio Morgeto, ha permesso di riscoprire le radici culturali e filosofiche di un territorio attraversato, ieri come oggi, dalla ricerca della libertà e della giustizia.

Cinquefrondi e Polistena, unite da un Patto d’amicizia con i Comuni del Valdarno, hanno offerto ai giovani provenienti dalla Toscana un esempio di rigenerazione sociale avviata nel tempo, mostrando come le scelte amministrative e la partecipazione della comunità possano contribuire a trasformare i luoghi e le relazioni, e porre un argine alla sopraffazione mafiosa.

Un gruppo parrocchiale proveniente da Trento ha scoperto a Cittanova la memoria di una comunità segnata da sacrificio e resistenza grazie alle storie di Teresa Talotta Gullace, uccisa dai nazisti a Roma nel 1944, e di Ciccio Vinci, giovane attivista politico ucciso dalla ‘ndrangheta.

Tappe diverse, unite da un unico filo conduttore: leggere il territorio non soltanto attraverso i suoi paesaggi, ma anche attraverso le storie, le contraddizioni e le energie che lo attraversano. Una conoscenza attiva, capace di intrecciare memoria, cittadinanza e rigenerazione territoriale.

Il cuore dell’esperienza è stato, tuttavia, il confronto diretto con il tema dell’uso sociale dei beni confiscati alle mafie, oggi al centro di un dibattito che tende a metterne in discussione, sotto diversi aspetti, l’efficacia e la sostenibilità.

Per i campisti, il lavoro della Valle del Marro ha rappresentato l’occasione per osservare da vicino e partecipare in concreto alla vita e alle scelte della cooperativa: «L’uso sociale non è un principio astratto, o peggio una specie di quei sofismi tanto aberrati da Campanella.» ha raccontato Antonio Napoli, socio fondatore della cooperativa sociale. «Quell’uso rappresenta invece un principio normativo e la concreta prova che i terreni sottratti alla criminalità possono diventare luoghi di lavoro dignitoso, produzione sana e costruzione di legami comunitari. Tutto ciò che le mafie temono.»

I partecipanti sono stati coinvolti in un’esperienza immersiva nei terreni confiscati, fatta non soltanto di approfondimento teorico, ma anche di approccio pratico all’agricoltura biologica e di iniziative di sensibilizzazione e animazione dei luoghi. Tra queste, la partecipazione alla campagna di Libera «Con il 2%, diamo linfa al bene», a sostegno della valorizzazione dei beni confiscati. Il programma si è arricchito inoltre di spettacoli teatrali ed eventi culturali del territorio, occasioni per entrare in contatto con le realtà locali e condividere momenti di incontro.

Al termine dei percorsi restano i volti, le storie e i gesti quotidiani: le attività svolte insieme, le parole ascoltate durante gli incontri, il confronto tra generazioni e la scoperta di una terra complessa, ricca di risorse, competenze ed energie. Resta soprattutto la consapevolezza che il cambiamento non nasce da solo, ma prende forma attraverso l’impegno di persone e comunità disposte a farsene carico.

«Vorrei dire che mi anima la speranza che le cose cambino, ma così non è. So che la realtà non cambierà da sola: serve l’impegno di tutti. Così l’amaro in bocca lascia il posto alla forza di poter essere insieme protagonisti del cambiamento, per noi, per la terra, per la giustizia sociale, per l’umanità», ha dichiarato Emma, una giovane campista.

Quattro campi, dunque, ma un unico filo conduttore: la consapevolezza che la legalità non è un’astrazione né una parola da celebrare soltanto nelle occasioni pubbliche. Si costruisce ogni giorno, attraverso scelte responsabili, lavoro dignitoso e partecipazione alla vita delle comunità. E sui terreni un tempo appartenuti alle mafie, come simbolo e strumento di potere, ogni stagione di impegno lascia un nuovo segno di cambiamento. Simbolo e strumento di libertà e responsabilità.