Messaggio ai giovani in occasione della Festa della Liberazione

UNA MEMORIA CHE DIVENTA IMPEGNO CONCRETO SUI BENI CONFISCATI ALLA MAFIA
Carissime ragazze e carissimi ragazzi,
in occasione del 25 aprile, sentiamo il dovere – come cooperativa sociale Valle del Marro – Libera Terra – di rivolgerci a voi. Non per consegnarvi parole rituali, che rischierebbero di essere sterili, ma per condividere una responsabilità viva, incarnata in un impegno concreto, che riguarda il presente prima ancora del passato.
Il 25 aprile non è soltanto una data storica. È una scelta che continua. È il segno lasciato da donne e uomini, spesso giovani come voi, che durante la Resistenza decisero di non voltarsi dall’altra parte. Hanno scelto la libertà, ma soprattutto hanno scelto di costruirla, pagando un prezzo alto (“la paura i partigiani non sanno cosa sia” scriveva un operaio di 21 anni, partigiano). Come puntualizzò Italo Calvino, la Resistenza fu “una spinta di riscatto umano, elementare, anonimo, da tutte le nostre umiliazioni: per l'operaio dal suo sfruttamento, per il contadino dalla sua ignoranza, per il piccolo borghese dalle sue inibizioni, per il paria dalla sua corruzione. Io credo che il nostro lavoro politico sia questo, utilizzare anche la nostra miseria umana, utilizzarla contro sé stessa, per la nostra redenzione, così come i fascisti utilizzano la miseria per perpetuare la miseria, e l'uomo contro l'uomo.”
Quella scelta che continua, trova un esempio alto e limpido nella vita di Placido Rizzotto: partì da Corleone per unirsi alla lotta partigiana contro il nazifascismo e scelse poi di ritornare nella sua terra per guidare la lotta dei braccianti contro la mafia. Non fu un ritorno qualsiasi, ma una scelta coerente: perché la libertà conquistata non restasse incompiuta, ma si unisse alla giustizia sociale, alla dignità del lavoro, al diritto di vivere senza paura.
Da quella scelta, da quella spinta di riscatto – vogliamo dirvi, care ragazzi e cari ragazzi - nasce ciò che ogni giorno costruiamo e tuteliamo sui beni confiscati alle mafie: luoghi che erano simbolo di potere, violenza e sopraffazione e che oggi, grazie all’impegno di tanti, diventano spazi di lavoro giusto, di dignità, di futuro possibile.
Qui la memoria diventa concreta: non è solo un racconto; è un campo coltivato, una cooperativa sociale che resiste, una comunità che non si arrende alla sopraffazione mafiosa.
Per questo la libertà nata dalla Resistenza e sancita dalla Costituzione, non è mai un’idea astratta. È "libertà in situazione", come la definiva un filosofo resistente come Jean-Paul Sartre: libertà che si esercita sempre all'interno di un contesto concreto. È qualcosa che si difende con scelte quotidiane. È, nei nostri territori, dire no alle scorciatoie, rifiutare il compromesso, non accettare che l’illegalità diventi normalità.
La ‘ndrangheta, che occupa e opprime la nostra terra, non è solo un sistema criminale: è una mentalità che si insinua nelle abitudini, che spegne il senso critico, che convince che “così fan tutti”. Ed è proprio lì che si gioca la nuova resistenza oggi: pacifica, culturale, oggi ma determinata e tenace come quella di ieri. Resistenza che chiede scelte concrete, percorsi di vita, non dichiarazioni astratte, non solo mobilitazioni su temi simbolici.
A voi, giovani, vogliamo dire una cosa con chiarezza, anche andando contro una narrazione facile che racconta la partenza, l’allontanamento dalla Calabria, come qualcosa di necessario, a volte inevitabile, e quindi di completamente giustificabile.
Vogliamo dire che partire non è mai qualcosa di neutro. Se partire significa rompere il legame con questa terra, smettere di sentirsi responsabili, allora sì, rischia di diventare una forma silenziosa di rinuncia.
Il punto non è colpevolizzare chi parte, ma interrogarsi sul perché si parte e su cosa si lascia.
Una terra come la nostra non si svuota per caso: si svuota quando le energie migliori smettono di credere che valga la pena restare o tornare.
Per questo non possiamo accontentarci di dire che tutte le scelte si equivalgono.
Restare, oggi, è la sfida più grande: è una scelta controcorrente che si pone in conflitto con la mentalità dominante. È un disadattamento creativo. È decidere di abitare le difficoltà e trasformarle. È assumersi il rischio di costruire qualcosa dove altri vedono solo limiti. Non per il proprio tornaconto, ma per il benessere di tutti.
Partire può significare crescere, allargare lo sguardo e cogliere nuove opportunità, oltrepassando i confini del mondo, dal Nord al Sud, ma deve restare un filo teso, non un taglio netto rispetto al luogo d’origine. Senza questo legame, la partenza diventa perdita. Partire sì, ma senza dimenticare, senza diventare indifferenti, senza smettere di sentirsi parte di una storia che continua anche a distanza.
Ritornare, allora, non è un’opzione romantica né un fallimento del proprio percorso migratorio: è una responsabilità. È riportare competenze, idee, visioni. È trasformare ciò che si è imparato altrove in possibilità concreta per questa terra.
Sui beni confiscati vediamo ogni giorno quanto sia decisivo questo tra partire, restare e ritornare: senza persone che scelgono di restare o di tornare, senza persone che pur partendo anche a distanza possono fare la loro parte, quei luoghi rischierebbero di tornare al silenzio.
Invece devono rimanere segni di liberazione reale.
Viviamo in un tempo in cui si parla molto di libertà, ma spesso la si riduce a qualcosa di individuale.
La libertà vera, quella nata dalla Resistenza, è sempre legata alla responsabilità verso gli altri. È costruzione di comunità. Questo è il messaggio più alto della nostra Costituzione, il "primo vero testo antimafia", come lo ha definito Don Ciotti, poiché i suoi principi fondamentali—come dignità, uguaglianza, libertà e solidarietà—si contrappongono direttamente alla cultura mafiosa di sopraffazione e privilegio.
E in un mondo attraversato da guerre e divisioni, questa responsabilità si allarga: scegliere senza se e senza ma la pace e il dialogo; rifiutare la cultura della sopraffazione e dell’individualismo; costruire relazioni giuste: tutto ciò è parte del processo continuo di Liberazione.
E la nostra passa anche da qui: dai campi confiscati e coltivati per finalità sociali, dalle scelte quotidiane che scomodano le coscienze, dalla capacità di non arrendersi all’idea che nulla possa cambiare.
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