Il coraggio della verità, la scelta di restare in Calabria. Un mese senza Michele Albanese

POLISTENA – 14 marzo 2026

A Polistena, ad un mese dalla sua scomparsa, si è tenuta la prima iniziativa per ricordare la figura e l’esempio giornalistico di Michele Albanese. Un’iniziativa composta da due momenti distinti, ma in sostanziale continuità. Un modo per narrare chi, in ambito professionale, ha praticato quella che i Greci chiamavano la parrēsia, “il coraggio della verità di colui che parla e si assume il rischio di esprimere, malgrado tutto, l’intera verità.” (Foucault).

Il primo momento - una funzione religiosa in suffragio del giornalista – si è svolto nella Chiesa della SS. Trinità, «uno dei luoghi che – come ha spiegato il celebrante Don Pino Demasi - insieme al centro polifunzionale Padre Pino Puglisi, Michele frequentava spesso e nei quali ritrovava un po’ di pace, un po’ di svago da quella “particolare condizione” che da undici anni era costretto a vivere».

Nella sua omelia, Don Pino Demasi ha ricordato che «Dio non vuole una fede che conviva con l’ingiustizia, ma una fede che sia essa stessa responsabilità e impegno civile. Nella sua professione e nella sua fede, Michele è stato un uomo responsabile. Ricordando oggi Michele– ha proseguito il parroco – chiediamo, per noi, la grazia di avere più coraggio, perché la memoria dei Giusti non diventi solo un ricordo, ma una responsabilità per tutti».

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La seconda parte dell’iniziativa, organizzata da Libera e dalla cooperativa sociale Valle del Marro – Libera Terra, si è svolta nel salone del centro polifunzionale Puglisi, alla presenza di colleghi, amici, rappresentanti istituzionali e cittadini che si sono alternati nelle loro commosse testimonianze.

“La verità ha bisogno di coraggio, ricordando Michele Albanese”: questo il titolo del simposio moderato dal Don Pino Demasi in qualità di referente di Libera. È emerso il ritratto di un uomo del Sud, coerente e coraggioso, duramente segnato dai rischi del giornalismo di strada, esercitato nelle periferie e vissuto nel rispetto del proprio credo religioso e civile, con un profondo attaccamento alla sua terra, la Calabria. Un breve video, con una carrellata di foto e spezzoni di filmati — tra cui il conferimento dell’onorificenza di Cavaliere della Repubblica per meriti professionali — ha ripercorso gli ultimi anni della storia di Michele Albanese.

LA SCELTA DI RESTARE IN CALABRIA E L’ESERCIZIO DI UN GIORNALISMO RESPONSABILE
«Michele – ha esordito Riccardo Giacoia capo-redattore TGR RAI Calabria – ha scelto di restare in questa terra così complessa che è la Piana di Gioia Tauro, pur avendo ricevuto delle offerte per lavorare lontano dalla Calabria. Era un uomo umile, che detestava ogni forma di apparenza; proprio per questo risultava sgradito in certi ambienti. La perdita di Michele, per chi ancora crede che il mestiere di giornalista abbia una funzione sociale, rappresenta una perdita notevole».

«La scomparsa di Michele – ha ribadito Rocco Valenti, direttore responsabile dell’Altravoce – il Quotidiano – è una grave perdita sia in ambito professionale che umano. Michele è stato un maestro per molti giovani che intraprendevano la professione, ed è stato, con il suo impegno a stimolare riflessioni, l’esempio di un giornalismo responsabile. Responsabilità significa fare questo mestiere con sensibilità e coraggio».

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L’ETICA DEL VIANDANTE E LO STILE DEL GRANDE ETNOGRAFO E NARRATORE
Forse il ricordo di Albanese più toccante è stato quello dell’amico fraterno e antropologo Vito Teti.

«Il camminare di Michele, ora lento, ora veloce, “aveva il passo giusto del calabrese che deve compiere tanto cammino” – ha esordito l’antropologo, richiamando ciò che il critico Pampaloni diceva di Corrado Alvaro. «Michele aveva l’etica del viandante, e questo lo portava ad incontrare i giovani, di cui seguiva le inquietudini.  Nel suo giornalismo fatto di dialogo e di racconto, dava spazio alla propria invettiva, anche amara, verso una Calabria che ti caccia. Ma Michele è stato un grande narratore di questa terra; si può dire che sia stato il grande etnografo di questa realtà, delle bellezze, delle luci, delle ombre, dei riti. Dobbiamo restituire a Michele la cura che ha avuto per noi, per la nostra terra. Aveva una strada lunga da percorrere, ma questa strada è stata interrotta solo in parte – ha concluso malinconicamente l’antropologo -, perché ha avuto il tempo per mostrare la sua professionalità, il tempo sufficiente per incontrare qualche amico a cui ha dato più di quanto abbia ricevuto». Vito Teti ha proposto di raccogliere e selezionare gli articoli più significativi di Michele Albanese e ha invitato il Comune di Cinquefrondi a intitolargli una strada o una piazza.

Infine, un ricordo è stato offerto dalla testimonianza degli agenti della scorta che per undici anni hanno affiancato Albanese, proteggendolo e costruendo un’unione quasi fraterna: «La storia di Michele può essere capita fino in fondo da chi, come lui, ha vissuto sotto scorta. Lui è stato “imbrigliato” nei nostri protocolli, noi abbiamo cercato di fargli pesare il meno possibile questa condizione, sebbene siano stati undici anni, fatti di privazione e mancanza di libertà nelle cose più semplici del vivere, dal fare una passeggiata al mare a prendere un caffè fuori. Noi siamo stati testimoni silenziosi di mille situazioni nelle quali Michele è diventato la “spugna” di tante persone che, impaurite, si rivolgevano a lui».

IL CORAGGIO DI ASCOLTARE LA VERITA’
Michele Albanese sarà ricordato, quest’estate, nei campi di impegno e formazione di Libera, annualmente organizzati a Polistena dalla Valle del Marro – Libera Terra. «Michele è morto senza scrivere la sua ultima parola – dichiara Antonio Napoli, socio della cooperativa sociale -, senza concludere la sua opera (quanti progetti rimasti incompiuti!), senza lasciarci un messaggio definitivo … Ma forse un messaggio definitivo non può esserci mai perché il giornalista, per sua natura, non finisce mai davvero di raccontare il mondo. In ogni modo, la lotta di Michele, del giornalista che non si limita a osservare la realtà ma s’immerge nei problemi, era la nostra stessa lotta sui beni confiscati: convertire i “segni del potere” nel “potere dei segni”. I numerosi incontri di Michele con i giovani di Libera erano un modo di continuare, con altri mezzi, il suo “giornalismo responsabile”: il suo modo di diffondere verità che nessuno osava dire. La verità ha bisogno di coraggio – prosegue Napoli - ma non è solo il coraggio di chi la dice o la scrive: è anche quello dell’interlocutore che accetta di accogliere la verità terribile da lui sentita, e agisce in maniera responsabile. Siamo certi che quanti lo hanno ascoltato dal vivo, sapranno restituirgli la gratitudine dovuta, facendosi carico della memoria di questo “giornalista per sempre” e portandola a spalla sulle strade, spesso impervie, della responsabilità».