In memoria del giornalista Michele Albanese

Ci ha lasciati Michele Albanese, dopo un lungo calvario.
E ora ci sentiamo terribilmente orfani. È impossibile riempire il vuoto che si apre con la sua morte, con la sua assenza, con il suo silenzio. Impossibile, dopo un’esistenza – la sua – vissuta tra le parole, scritte e pronunciate, meditate e testimoniate.
Se è vero che la vita di un uomo si ritrova nelle lettere che lascia, la vita di Michele si ritrova – lucida, interrogante e impavida – nello sguardo attento e indagatore di tutti i suoi articoli, pubblicati su quotidiani e riviste. In quelle pagine – che speriamo qualche editore possa raccogliere in un libro - resta la sua coscienza vigile, il suo rigore, la sua ostinata fedeltà alla verità.
Michele ha affrontato ogni sfida del suo mestiere, iniziato con un articolo di cronaca su un sequestro di persona. Un mestiere vissuto come autentica vocazione alla verità, fino al sacrificio personale imposto dal dovere dell’informazione libera. Il suo sacrificio più alto fu quello di vivere sotto scorta. Dopo le minacce dalla ‘ndrangheta, dal 2014 in avanti visse sotto scorta: accettò quella necessaria cintura di protezione con discrezione e sobrietà, come una parentesi dolorosa ma inevitabile, nella speranza di poter tornare a una vita normale, alla dimensione più naturale – seppur sempre rischiosa – del suo lavoro di giornalista-giornalista.

Michele Albanese incontra un gruppo di giovani alla Cooperativa Valle del Marro - Libera Terra
Abbiamo perso non solo un compagno di viaggio, che ha sempre ammirato, sostenuto e incoraggiato l’impegno della Valle del Marro – Libera Terra. Abbiamo perso un prezioso testimone. Non soltanto uno dei più acuti analisti del fenomeno mafioso in questo pezzo di Calabria, ma un esempio luminoso di giornalismo etico, inteso come missione totale. Un giornalismo che – come lo descriveva Giuseppe Fava – serve a impedire la corruzione e a frenare la criminalità organizzata.
«Paradossalmente la ’ndrangheta ha più paura dell’informazione libera, che racconta i suoi misfatti, che non della stessa magistratura, dei carabinieri o della polizia», spiegava in un’intervista. Con i suoi articoli sollecitava una costante attenzione allo sviluppo sano del territorio, alla giustizia sociale, al buon governo. Nessuno più di lui era così attento al Porto di Gioia Tauro, che insieme all’Aspromonte e alla parte pianeggiante coltivata rappresenta il cuore economico, ambientale e simbolico della Piana, crocevia di opportunità e di contraddizioni, di ricchezza possibile e di infiltrazioni criminali, di lavoro onesto e di interessi oscuri.
Michele non è mai mancato a un appuntamento, quando lo invitavamo a Polistena a incontrare i giovani dei campi di formazione “Estate Liberi”: centinaia di ragazze e ragazzi provenienti da tutta Italia lo attendevano con grande curiosità. Impossibile tenere il conto dei suoi incontri, delle sue testimonianze, delle infinite occasioni in cui ha seminato coscienza e responsabilità. “Obbedisco!” diceva scherzosamente quanto lo invitavamo ad un incontro formativo con i ragazzi di Libera o con i membri delle sezioni soci di Unicoop Firenze. In un crescendo di dati puntualmente snocciolati e di emozioni vibranti, le sue testimonianze graffiavano la coscienza di chi lo ascoltava. La forza dei suoi interventi raggiungeva, con la stessa intensità, tanto i più giovani quanto i più anziani, che al termine degli incontri si alzavano con un nuovo peso di responsabilità sulle spalle. Era esigente, la verità delle sue parole; severa, la sua analisi; intransigente, la sua denuncia, senza sconti per nessuno. Soprattutto verso chi si occupava di lotta alle mafie. Bisognava fare di più.
Negli ultimi tempi era profondamente preoccupato che gli argini storici e le difese costruite più recentemente contro la ‘ndrangheta, non riuscissero più a contenere e prosciugare quel flusso criminale che, tra accelerazioni improvvise e inabissamenti carsici, muta forma e cambia strategia. Ma nella sua analisi non c’era mai un punto di rassegnazione: al contrario, invitava alla vigilanza, alla responsabilità, alla lotta quotidiana fatta di scelte coerenti e di cittadinanza attiva.

Michele Albanese in Aspromonte al Crocefisso di Zervò
Era credente, Michele. Nella sua anima vibrava una fede esigente, quasi profetica, simile a quella di Girolamo Savonarola: una fede fatta di tormento e indignazione, vissuta nell’azione concreta di ogni giorno. Quando parlava, la sua mano tremante si alzava a indicare nell’aria il Cristo nudo crocifisso, modello di ogni impegno e misura senza misura di ogni sacrificio. Ricordava spesso che la sua adolescenza, come quella di tanti altri giovani, era stata orientata all’impegno da quei sacerdoti che erano – e sono – «pastori con l’odore delle pecore», come amava dire Papa Francesco.
Michele amava la sua Calabria più della sua stessa vita. Una volta disse: «Se il mio sacrificio servisse a riscattare questa terra, non esiterei a compierlo». E nelle sue testimonianze a gruppi che incontravano per la prima volta questa regione o che pur essendoci nati ne ignoravano l’essenza, egli era solito ricordare che «il nome Italia è nato qui», evocando poi il mito di Oreste che si purificò della sua colpa immergendosi nel fiume dai sette bracci, il Petrace, il fiume principale della Piana di Gioia Tauro. La Calabria come luogo di grandezza e di ferite, di origine e di espiazione; terra da amare senza illusioni e da servire senza calcoli.

Michele Albanese conclude l'incontro con un gruppo di Estate Liberi
Che la terra di Calabria ti sia lieve, carissimo Michele. E che gli immensi tuoi meriti, umani e professionali, diventino semi di impegno per i giovani calabresi che sceglieranno di restare – la più scomoda delle decisioni – o di ritornare – la più consapevole e coraggiosa delle scelte.
