Il Kiwi Hayward bio: sostenibilità e riscatto nelle terre confiscate

È iniziata la nuova campagna di vendita del Kiwi Hayward biologico della Cooperativa Sociale Valle del Marro – Libera Terra, destinata ai gruppi di acquisto solidali. I frutti sono stati raccolti su un terreno confiscato alla ’Ndrangheta, in località Sovereto, nel comune di Gioia Tauro.
La produzione di quest’anno, però, è stata segnata dalle condizioni climatiche anomale durante la fioritura e l’allegagione. “Il raccolto 2025 è stato ridotto al minimo – spiegano dalla cooperativa – ma la qualità resta eccellente”.
Negli ultimi anni, l’agricoltura biologica è diventata sempre più centrale per chi cerca un’alimentazione sana e rispettosa dell’ambiente. Un principio antico, già espresso nel XVI secolo dal medico e naturalista Paracelso, secondo cui “la natura è il nostro maestro: l’agricoltore deve saperla ascoltare e interpretare”. Il kiwi bio ne è oggi una traduzione concreta: un frutto che nasce dall’equilibrio tra sapere tecnico e rispetto dei ritmi naturali.
Dalla polpa verde brillante e dal sapore leggermente acidulo, il kiwi biologico è ricco di vitamina C e antiossidanti, e privo dei residui chimici che spesso caratterizzano le produzioni intensive. Nelle coltivazioni convenzionali, infatti, vengono impiegati stimolanti che accelerano la fioritura, compromettendo la qualità del frutto e, in alcuni casi, la salute dei consumatori.

Originario della Cina, lungo il fiume Yangtze, il kiwi arrivò in Europa agli inizi del Novecento e si affermò sul mercato negli anni Sessanta, grazie alle importazioni dalla Nuova Zelanda. In Calabria, le prime coltivazioni nella piana di Gioia Tauro risalgono agli anni Ottanta: un esperimento riuscito, che dimostrò come l’actinidia potesse adattarsi perfettamente al clima caldo-umido mediterraneo e ai terreni a medio impasto, equilibrati tra sabbia, limo e argilla.
Oggi il kiwi si è inserito nel paesaggio agricolo locale, ma non mancano le preoccupazioni per la crescente sostituzione di uliveti e agrumeti con nuove piantagioni di actinidia.
“Il nostro kiwi biologico non è solo un frutto sano e gustoso, ma un simbolo di agricoltura consapevole e responsabile – spiega Federica Zaccone, tecnologa alimentare della cooperativa –.
Siamo attenti a razionalizzare l’apporto di acqua, ben consapevoli che la forte richiesta idrica di questa coltivazione può mettere sotto pressione le falde acquifere locali, specialmente in periodi di siccità. Da noi il rispetto per l’ambiente e lo sviluppo locale camminano insieme: il bio rappresenta un’opportunità per diversificare le produzioni, valorizzare il territorio, tutelare le risorse presenti a partire dalla quantità e qualità dell’acqua.”
Federica accompagna spesso le scolaresche in visita alla fattoria didattica della Valle del Marro insieme a Marina Anile, una delle socie fondatrici. “L’agricoltura – racconta abitualmente Marina ai ragazzi – è scienza, tecnica e arte. Richiede conoscenze, esperienza e creatività per adattarsi al clima e al terreno. L’agricoltura biologica ci insegna a preservare la biodiversità e a rispettare i cicli naturali del suolo.”

Dietro ogni frutto raccolto, però, c’è anche una storia di resilienza e impegno civile. Le terre su cui cresce il kiwi bio della Valle del Marro hanno subito nel tempo danneggiamenti, sabotaggi all’impianto irriguo e furti. Tutto questo su un appezzamento di poco più di un ettaro e mezzo: un segnale chiaro che la posta in gioco non è economica, ma simbolica.
“Per la criminalità organizzata – sottolinea Antonio Napoli, socio fondatore della cooperativa – non conta il valore economico del bene confiscato, ma ciò che esso rappresenta: la sottrazione di consenso sociale. Il nostro lavoro è prima di tutto una testimonianza, ed è proprio questa sua natura a renderlo disturbante.”
Sostenibilità, impegno e memoria: nel Kiwi Hayward bio della Valle del Marro si intrecciano agricoltura e riscatto, in un progetto che restituisce alle comunità locali ciò che la criminalità aveva sottratto.
