Viaggio a Polistena di un gruppo di attivisti di Libera e Legambiente

Conoscere la ’ndrangheta per contrastarla, anche in Toscana.
Un gruppo di cittadini, studenti, attivisti e rappresentanti di Libera e Legambiente del Valdarno ha compiuto, nel febbraio 2024, un viaggio nella Piana di Gioia Tauro per capire come nasce e si sviluppa il potere mafioso e come, oggi, si possa ancora opporre resistenza. Perché la 'ndrangheta non è solo un problema calabrese: sta penetrando anche in Toscana.
La Piana e la contraddizione del paesaggio
La Piana, una vasta area pianeggiante ai piedi dell’Aspromonte, rappresenta già nelle sue prime immagini una contraddizione profonda: natura incontaminata, ulivi secolari e agrumi si scontrano con il peso di uno sviluppo economico devastante. Il porto di Gioia Tauro è uno dei principali scali marittimi del Mediterraneo e rappresenta uno snodo strategico per il traffico internazionale di merci. Tuttavia, è anche tristemente noto per essere uno dei principali punti di ingresso della droga in Europa. La sua costruzione, avvenuta a partire dagli anni ’70, ha comportato la distruzione di migliaia di ettari di agrumeti, alterando profondamente il paesaggio e l'economia agricola della Piana di Gioia Tauro.
Lungo il tragitto da Rosarno a Polistena per sistemarsi all’ostello “Gianni Laruffa” — ricavato in un bene confiscato alla famiglia Versace —, il gruppo ascolta le considerazioni di Antonio, uno dei soci della cooperativa sociale Valle del Marro. Egli sottolinea: “Se non si comprende a fondo la mentalità di uno ’ndranghetista — il suo attaccamento ai beni materiali e il vincolo familiare vissuto come strumento di potere — non si potrà combattere efficacemente la ’ndrangheta, né qui né altrove.”
Una mafia che evolve con l’economia
L’incontro con don Pino Demasi, parroco di Polistena da oltre 40 anni, e con Enrico Fontana di Legambiente, ripercorre le tappe della 'ndrangheta: da mafia agricola a struttura criminale internazionale.
“La ’ndrangheta subisce una prima trasformazione negli anni tra gli anni ’60 e gli anni ’80, grazie ai sequestri di persona che permettono a molte famiglie mafiose di arricchirsi”, raccontano. “Con il passaggio al traffico di stupefacenti, la ’ndrangheta si evolve in mafia imprenditrice: si infiltra nell’economia legale, nei cantieri pubblici, nella politica. Il modello neoliberista, centrato sul profitto e sul successo individuale, si rivela un terreno fertile per le logiche mafiose. Ma il radicamento resta locale: il potere si trasmette ancora attraverso i legami di sangue, la famiglia, il controllo del territorio.”
La Toscana non è immune
Anche la Toscana mostra segni di infiltrazione. Lo dimostrano le inchieste Keu, Vello d’Oro, Blu Mais, che hanno messo in luce smaltimento illecito di rifiuti, traffici di materiali tossici, fatture false, contatti tra imprenditori toscani e famiglie mafiose calabresi. “La Toscana è terra di conquista per il mondo mafioso”, spiega Giuseppe Creazzo, già capo della DDA toscana.

Testimonianze di chi resiste
Tra le storie emerse durante il viaggio, colpiscono quelle della Valle del Marro e di Antonino De Masi.
I soci della cooperativa sociale Valle del Marro, cresciuti nella parrocchia di don Pino, sono diventati protagonisti del cambiamento. “Restare per cambiare e cambiare per restare” è stato il loro motto. Coltivano in modo biologico 100 ettari di terre confiscate alla ndrangheta e danno lavoro legale a 15 persone, tra i quali anche soggetti svantaggiati. Hanno riconvertito un palazzo appartenuto alla ’ndrangheta in un ostello che ospita gruppi di giovani in formazione:
“In quel palazzo era concentrato il potere della ’ndrangheta – racconta Domenico, presidente della cooperativa - Il bar al piano terra, negli anni ’80, si chiamava bar 2001. Era un modo di dire che loro ci sarebbero stati sempre. Quello era il periodo delle faide per la gestione del traffico di eroina, un periodo dove vigeva anche il coprifuoco dalle 20.30. Erano anni bui e la nostra vita di ragazzi era complicata. L’unico luogo normale era la parrocchia. Siamo nati e cresciuti lì, con don Pino Demasi. Ma noi dovevamo essere i protagonisti di questa terra e lui ci ha aperto gli occhi. Davanti a noi avevamo tre strade: andar via, fare qualcosa di nuovo, altrimenti accettare la mafia. Restare per cambiare e cambiare per restare è stato lo slogan di una generazione. Ma nel contempo i nostri genitori ci dicevano: fatti i fatti tuoi che campi cento anni, motto che sintetizza la cultura che poi ha fatto nascere e sviluppare la ’ndrangheta. Occorreva disubbidire. Da questo gesto è nata la Valle del Marro. I nostri prodotti sono bio sotto ogni aspetto: non solo perché rispettano l’ambiente, ma perché la loro produzione rappresenta un atto concreto di resistenza alla cultura della morte imposta dalle mafie.”
Antonino De Masi è un imprenditore di Gioia Tauro che ha denunciato il pizzo e vive sotto scorta da 12 anni Nonostante intimidazioni e attacchi, De Masi continua a difendere la legalità e l’economia sana; al suo fianco, il figlio porta avanti la stessa battaglia.
“Vi dovete rendere conto che quanto è successo qui in Calabria può succedere anche da voi, come ci dimostra anche l’Emilia. La ’ndrangheta ha cercato di impadronirsi dell’economia producendo un danno che non si vede. C’è una domanda di illegalità da parte del mondo imprenditoriale e si rischia di normalizzare una domanda di illegalità. Ma la prima azione è quella di debellare il nostro egoismo. Io mi sono ribellato e ho deciso di fare la guerra ed ho messo nelle mani dello Stato la mia famiglia. Per me il concetto di libertà e del bene pubblico contano più dei soldi e combatto per riprenderci questi valori. Le nostre sono storie che hanno un valore”.

Economia criminale e perdita del diritto
In un incontro sull’attività di Legambiente in Calabria, Antonino Morabito, responsabile nazionale del settore Ambiente e Legalità, mette in luce un tema chiave: “Il primo punto di contatto con l’illegalità è il modello economico del profitto. Per raggiungerlo non si guarda in faccia niente e nessuno. Questo indebolisce il nostro modello democratico”.
È un modello che privilegia l’accumulo di denaro al bene collettivo, ed è proprio quello che la mafia sfrutta per crescere.

’Ndrangheta 3.0 (e oltre)
Il giornalista Michele Albanese, sotto scorta per le sue inchieste, racconta l’evoluzione della criminalità organizzata calabrese: dalla “Santa” degli anni ’70 alla “masso-ndrangheta”, un intreccio di mafie, politica, massoneria deviata e finanza. “La cocaina vale circa 90 miliardi di euro l’anno. Il mondo illegale mafioso frutta 150 miliardi. Questi soldi vengono reinvestiti ovunque, anche in tecnologia. Stiamo andando verso una ’ndrangheta 4.0”. L’immenso denaro delle mafie - attraverso imprese, supermercati, negozi, società finanziarie, investimenti, banche - entra in circolo nella nostra economia quotidiana, facendo saltare il confine tra legale e illegale, drogando il sistema Paese. Chi ha il coraggio di dire questa amara verità e di mostrarla, anche brutalmente, a tutti, senza predicare speranze fasulle, ma senza neppure arrendersi?

La memoria come atto politico
Durante il viaggio in Calabria è stata anche inaugurata una targa a Rosarno, davanti alla casa di Giuseppe Valarioti, consigliere comunale del PCI ucciso nel 1980. Un altro segno del legame tra Calabria e Toscana: a Terranuova Bracciolini, infatti, un capannone confiscato a un ’ndranghetista è stato dedicato proprio a lui. Il gruppo ha visitato le stanze dove viveva Giuseppe, il suo studio e i suoi libri, luoghi in cui maturò la scelta di combattere la ’ndrangheta e di dedicarsi alla politica e all’impegno a favore dei diritti dei braccianti e dei sogni di riscatto dei giovani.

Una montagna ricca di bellezza e storia
Aspromonte, ai più conosciuta come la montagna dei sequestri, ma che si scopre essere una montagna dalle bellezze naturalistiche uniche, terra di congiunzione tra Mar Jonio e Tirreno, ma anche di insediamenti greci e romani, di battaglie storiche come quella dello schiavo Spartaco contro la repubblica di Roma, in quella che guarda caso, era stata una battaglia di tanti schiavi che avevano spezzato le catene di un’economia latifondista, per aspirare a diventare uomini liberi.

Conoscere per resistere
“Il senso del viaggio sta tutto qui: conoscere la ’ndrangheta per riconoscerla, anche nei territori insospettabili come la Toscana” hanno raccontato Piero Ermini e Sergio Serges, rispettivamente rappresentanti di Libera e Legambiente Valdarno, al termine del viaggio in Calabria. “Come ha detto uno dei testimoni: «Questo modello economico tendente al profitto come valore superiore è il modello preferito dalle mafie». Ma la Calabria insegna anche un’altra cosa: la resistenza è possibile – concludono i due attivisti. È una resistenza fatta di persone, cooperative, parrocchie, associazioni, sindaci, imprenditori onesti. Sta a noi decidere se ignorare o unirsi a chi ha scelto di disubbidire alla regola del tornaconto personale e alla cultura della paura.”
