Chi Siamo

 

L'origine della cooperativa affonda le radici più lontane nelle storie di alcuni giovani che in famiglia, nell'associazionismo, nel cortile dell'oratorio, maturano la scelta di combattere la mentalità mafiosa.

Successivamente, cogliendo l'opportunità offerta dalla legge 109/96 e da un progetto di LIBERA, decidono d'intrecciare i loro percorsi di vita e di radicarli ancora di più nella terra d'origine: la Calabria.

Quel gruppo dà così vita, nel Dicembre del 2004, alla “Valle del Marro – Libera Terra”, accomunando nel lavoro cooperativo idee, passioni e competenze, per metterle a frutto, con spirito pionieristico, sui terreni agricoli confiscati alla 'ndrangheta nella Piana di Gioia Tauro.

Per la gente, la scelta imprenditoriale di quei giovani incarnò all'inizio l'azzardo dell'utopia. Era invece il fiducioso tentativo di dimostrare che il cambiamento è possibile ovunque, purché ci siano coraggio d'iniziativa, da un lato, e reti di sostegno, dall'altro.

Nel cammino segnato da difficoltà ed ostacoli, la cooperativa trova infatti il supporto di Istituzioni, enti ed associazioni, che aiutano la buona economia e la speranza in un territorio difficile. Sfidando le ritorsioni della mafia, che in più di un'occasione colpiscono mezzi agricoli e coltivazioni, la Valle del Marro riesce a segnare in pochi anni importanti traguardi nel settore agro-biologico, consolidati nel tempo anche da incoraggianti segnali di cambiamento culturale nella comunità.

L'impegno per una terra libera, infatti, porta sin da subito la cooperativa a realizzare anche azioni formative nelle scuole e ad avviare, nei tempi più recenti, percorsi di turismo che instaurano “rapporti di reciprocità” tra i turisti e un territorio che vuole ridisegnare il proprio volto.

Oggi il tenace lavoro della cooperativa sui beni confiscati alla mafia, è fonte di prodotti biologici e di servizi turistici etici, ed è di forte stimolo per uno sviluppo economico sano del territorio, che coinvolga i cittadini anche tramite scelte di consumo responsabile.

L'uso sociale dei beni confiscati alla mafia si conferma così, come un modo esemplare per “tracciare una via” di crescita e d'impegno, che nel tempo a venire dovrà essere percorsa e prolungata da tutti, nella comune ricerca di un reale riscatto sociale ed economico.